Piccoli ma grandi

L’Inter quella sera a San Siro aveva provato a far sentire il Lugano più piccolo di quanto già non fosse, ma non aveva fatto i conti con il piede destro di Edo Carrasco. Fu lui, il centrocampista di origine cilena, a trasformare in realtà ciò che neppure si osava sognare. I bianconeri passarono il turno, alla faccia della spavalderia dei milanesi.

FC Lugano
Felice e soddisfatto: Edo Carrasco dopo il fischio finale. (RDB by Dukas)

Si parla di “impresa” quando la distanza tra due avversarie è tale da rendere il confronto, sulla carta, impari. Il confronto tra quel Lugano e quell’Inter, nel settembre del 1995 – nei trentaduesimi di finale di Coppa UEFA –, impari lo era per davvero. L’Inter aveva in squadra gente come Pagliuca, Zanetti, Roberto Carlos e Ganz. E poi era, molto semplicemente, l’Inter, una delle prime versioni – benché ancora tutta da registrare – dell’ambiziosa Inter di Massimo Moratti. I ticinesi avevano dalla loro “soltanto” Mauro Galvao, forse il più forte difensore mai passato dal campionato svizzero, d’accordo, e Shalimov, e poi tanti giocatori cresciuti in casa, cresciuti a Cornaredo. Fa tenerezza rileggere certi nomi, da Gentizon a Belloni, da Penzavalli a Colombo. Ragazzi semplici, nella miglior accezione possibile del termine. I nostri ragazzi. Come Edo Carrasco.

Il nome di Edo Carrasco è destinato a rimanere per sempre legato a quella doppia sfida. Lui ha fatto anche altro, è diventato anche altro, oltre il calcio, ma quei due gol non li può dimenticare proprio nessuno. Uno nell’andata di Cornaredo, finita sull’1-1, direttamente da calcio d’angolo, e l’altro a San Siro. Luci a San Siro. Luci tutte per lui. Non è tipo da vantare meriti, ma è stato proprio lui a battere quella punizione velenosa all’85’ da posizione defilata, sfiorata da tante gambe e pasticciata da Pagliuca. È sempre stato sincero: “Al di là dello schema programmato, forse quella traiettoria è stata tracciata da… un altro luogo”, dal cielo, chissà. Eppure proveniva proprio dal suo piede destro.

Ricorda, ancora oggi, quei gol, quelle partite. E racconta: “In realtà, dentro di me, il ricordo più forte è legato più a quanto fatto a Cornaredo. Perché quello era il mio Cornaredo, il mio stadio. Lo immagino, tuttora, com’era all’epoca. Il ricordo è intatto. Della partita di Milano, più che la partita, mi è rimasta la sensazione legata all’ambiente che si era creato al termine della stessa. L’entusiasmo trovato rientrando a Lugano, dopo un viaggio velocissimo, durato mezz’ora, scortati dalla polizia”. Dell’Inter e dei giocatori dell’Inter ha ricordi dolceamari. “Sì, alcuni di loro, Pagliuca in primis, avevano un’attitudine a dir poco arrogante, spavalda, nei nostri confronti”. Qualcuno ricorderà, infatti, dopo il triplice fischio finale, le parole di Philipp Walker: un vero e proprio sfogo, rabbioso. “Sì – continua Carrasco, sorridendo –, la verità venne subito a galla in quel modo, grazie a Philipp. Fu una piccola delusione, il contatto con quell’Inter. Poi c’erano però giocatori di tutt’altro calibro. Penso a Roberto Carlos, che nonostante il suo immenso talento dimostrò già allora grande umiltà, o a Javier Zanetti, che incarnava proprio alla perfezione quello che era lo stile Moratti”.

Insomma, l’Inter aveva provato a far sentire il Lugano ancor più piccolo di quanto già non fosse. “Noi ci sentivamo piccoli, sì, anche perché il calcio di allora non era ancora internazionale come quello di oggi. Oggi tante realtà che allora erano considerate minori vantano già una grande esperienza su scala europea, basti pensare alle avversarie affrontate quest’anno da Tami e dai suoi uomini in Europa League, ma noi allora di esperienza non ne avevamo. Sì, un paio di anni prima avevamo affrontato il Real Madrid, e quello forse ci aiutò contro l’Inter, ma onestamente mai avevamo pensato di poterla eliminare. Volevamo fare una partita diligente, la nostra partita, l’unica possibile, difendendoci e ripartendo in contropiede. Invece vincemmo. E il piacere fu enorme proprio perché non del tutto aspettato. Merito del gruppo, che ha fatto la differenza, e di quei due fuoriclasse che avevamo in squadra”.

Senza dimenticare il ruolo di Roberto Morinini, un allenatore e un uomo che risultavano spesso difficili da leggere. “Appena finita la partita di San Siro ci guardò tutto serio e ci chiese di rimanere con i piedi per terra, concentrati, e di iniziare a pensare alla partita successiva, che avremmo giocato la domenica seguente contro il San Gallo di turno. Lui era fatto così, difficilmente esprimeva le emozioni che provava. Non voleva mai mollare la presa. Ma io so che lui era felice quella sera, lo era veramente. Si teneva tutto dentro, ma io lo capii comunque. Ci teneva tanto. Ricordo che strinse le mani a sé, con i pugni chiusi, il suo tipico gesto di esultanza. Lui, come noi, quella sera visse delle grandi emozioni”.

 Inter

Uno dei numerosi giocatori ticinesi in quella formazione del Lugano: Christian Colombo indossò per ben dieci anni la maglia bianconera. (RDB by Dukas)

Roberto Morinini

Sotto la guida di Roberto Morinini, il Lugano riuscì finalmente a ritrovare la via del successo. Il «mister» perse la sua lotta contro il cancro nel 2012. (Keystone)

WM-Finale

Un anno prima, Gianluca Pagliuca difendeva la porta dell’Italia durante la finale del mondiale. Contro il Lugano invece fu lui il capro espiatorio. (RDB by Dukas)